Sud evangelico
Marco Grifo
Che cosa hanno in comune un socialista pacifista di origini arbëreshë, divenuto amministratore locale in una cittadina della Sicilia sud-orientale, un giovane bolognese cresciuto lontano da casa, tra le aule e le officine dell’Istituto industriale di Venezia, e un giusto tra le nazioni che, negli anni dell’occupazione nazifascista, partecipò alla rete clandestina di salvataggio degli ebrei e che nel dopoguerra contribuì alla nascita di una comunità internazionale di incontro e formazione tra le montagne piemontesi?
Accostare i nomi di Luci Schirò, Riccardo Santi e Tullio Vinay significa porre in relazione percorsi biografici lontani per origine, formazione e contesto storico. E tuttavia, dietro tale distanza apparente, si riconoscono alcune linee di convergenza che rinviano a una medesima sensibilità religiosa e culturale, quella evangelica, destinata a trovare nel Mezzogiorno uno dei suoi principali ambiti di espressione. Schirò fu pastore a Scicli, in Sicilia, dal 1909, e protagonista di un’azione che intrecciava fede evangelica e impegno civile, attraverso prediche sui problemi sociali e un’intensa attività assistenziale: attività cooperativa, scuola serale, scuola diurna per le donne, asilo e corsi di cucito. Della città di Scicli fu anche sindaco in due momenti diversi, interrotti dalla dolorosa parentesi fascista. Santi, invece, avviò un’opera di accoglienza per bambini orfani e poveri dei quartieri più disagiati di Napoli, iniziativa che nel 1913 si strutturò formalmente nella fondazione di “Casa materna”. Trasferita nel 1920 a Portici, l’istituzione si consolidò come una delle più significative opere educative evangeliche del Mezzogiorno, accogliendo minori provenienti da diverse regioni meridionali e mantenendo nel tempo una funzione stabile di assistenza e formazione. Vinay, infine, fu uno dei più prestigiosi pastori valdesi della sua generazione. Dopo aver fondato il Centro ecumenico di Agape, fu l’animatore del Servizio Cristiano di Riesi, con il quale a partire dagli anni Sessanta realizzò scuole, ambulatori, una biblioteca e officine, ponendo le basi per un progetto globale di trasformazione comunitaria.
Questi tre percorsi rappresentano solo alcune delle tante traiettorie dell’impegno evangelico nel Mezzogiorno italiano. Ad essi si possono aggiungere, per esempio, l’esperienza di Valdo Panascia e del Centro Diaconale “La Noce” di Palermo, attivo dagli anni Cinquanta non solo nell’assistenza ai quartieri poveri ma anche nella denuncia della mafia, nonché il Centro di Adelfia a Scoglitti, che a partire dagli anni Settanta divenne luogo di formazione sui temi del meridionalismo, oltre che terminale della mobilitazione pacifista sfociata, nel corso degli anni Ottanta, nell’opposizione all’installazione dei missili nucleari a media gittata di Comiso.
È proprio su questa intreccio tra evangelismo e meridionalismo che si concentra il numero monografico di “Meridiana” curato da Donato di Sanzo e Paolo Naso e intitolato Sud evangelico. Come si legge nel testo introduttivo del volume, l’indagine storica prende le mosse da due dimensioni fondamentali dell’impegno evangelico nell’Italia meridionale: il dibattito interno alle comunità di fede – intorno a questioni spirituali, culturali e politiche – e la diaconia, ossia “l’insieme di attività e opere predisposte dagli organi ecclesiastici o dalle comunità con l’obiettivo di produrre la presa in carico” di beneficiari, non solo di appartenenza evangelica. Attraverso questa duplice lente, il volume prova a riconsiderare la storia del Mezzogiorno novecentesco guardando al ruolo di una componente religiosa spesso discriminata, ma capace di incidere su un tessuto sociale e culturale “non di rado pregiudizialmente ostile” (p. 11).
Il volume si inserisce in un filone di studi ormai ricco e articolato, che da tempo ha restituito centralità alla presenza protestante nella storia italiana, e in quella meridionale in particolare. Basti pensare a opere collettive come il quarto volume de la Storia dei valdesi (2024) e I metodisti in Italia (2024), che hanno ricostruito con rigore le vicende delle chiese evangeliche dal XIX al XXI secolo. In particolare, per il Mezzogiorno, va segnalato il recente volume Metodisti e Mezzogiorno (2025), che ha approfondito il ruolo della diaconia e dell’impegno civile metodista nel Sud del Paese. Il numero di “Meridiana” si colloca idealmente in continuità con queste ricerche, spostando l’attenzione sul più generale mondo evangelico e sul protagonismo nel Mezzogiorno.
Il volume si apre con tre contributi incentrati sul dibattito interno e sulla presenza istituzionale delle chiese evangeliche. Simone Pepponi Fortunati offre una mappatura ragionata delle esperienze evangeliche nel Mezzogiorno tra l’Unità e la seconda guerra mondiale, tenendo insieme la traiettoria del protestantesimo storico e la rapida crescita del movimento pentecostale, legata ai rientri degli emigranti italiani convertiti all’estero. Paolo Naso ricostruisce le principali vicende e biografie della presenza evangelica nella seconda metà del Novecento, soffermandosi sia sulle sensibilità meridionaliste all’interno del protestantesimo storico, sia sull’elaborazione culturale interna alle comunità di fronte a un ambiente religioso tendenzialmente ostile. Paolo Zanini, attraverso il caso di studio della Basilicata del secondo dopoguerra, analizza le dinamiche dell’anti-protestantesimo cattolico, mostrando come l’ostilità verso gli evangelici fosse un fenomeno concreto e radicato.
Il secondo blocco tematico è dedicato alla diaconia protestante. Donato di Sanzo ricostruisce l’evoluzione organizzativa dell’intervento diaconale dagli anni Cinquanta agli anni Novanta, mostrando il passaggio da uno sforzo essenzialmente locale e carismatico a una strategia organica, favorita dalla costituzione della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (1967) e dal patto di integrazione tra battisti e metodisti (1975). Vengono richiamate esperienze emblematiche come l’ospedale Villa Betania di Napoli, il centro La Noce di Palermo e il Servizio Cristiano di Riesi. Particolare attenzione è riservata anche all’impegno seguito al terremoto del Belice (1968) e dell’Irpinia (1980), quando le chiese protestanti si impegnarono per una ricostruzione non solo materiale ma “quasi utopisticamente morale” (p. 15).
A chiudere la parte monografica sono due saggi che allargano lo sguardo oltre i confini italiani. Luca Castagna si interroga sull’atteggiamento della Chiesa di Roma di fronte al proselitismo protestante in America Latina nella prima metà del Novecento, spostando l’attenzione sulle relazioni internazionali e sulla strategia vaticana durante il pontificato di Pio XI e Pio XII. Infine, Giamaica Roberta Mannarà propone un’etnografia delle chiese pentecostali e carismatiche a base etnica a Castel Volturno, in Campania, in un’area ad alta concentrazione di immigrati africani. Il suo contributo indaga la diffusione del pentecostalismo e della prosperity gospel, mostrando come il Sud Italia diventi oggi laboratorio di nuove forme di pluralismo religioso.
Come sottolineato nell’introduzione del volume, “è assolutamente fisiologico che una minoranza a lungo perseguitata o discriminata si attrezzi nella prospettiva della “resistenza identitaria” piuttosto che in quella dello slancio al confronto e al dialogo nello spazio pubblico” (p. 19). Ebbene, l’analisi condotta dal numero monografico di “Meridiana” racconta qualcosa di diverso. Nonostante l’atteggiamento di distacco e critica verso la religiosità tradizionale del Sud, le comunità evangeliche hanno manifestato “un protagonismo pubblico teso tanto alla realizzazione di opere di servizio quanto alla sedimentazione di un dibattito culturale e politico sui destini del Mezzogiorno”. In questo senso, la vicenda del Sud evangelico nel Novecento segue traiettorie che escono dal “cosiddetto recinto protestante”, alla ricerca di una vitalità all’interno del Paese (p. 19).
Il volume restituisce così l’immagine di un Mezzogiorno meno impermeabile al pluralismo religioso di quanto talvolta si creda, e restituisce alle chiese evangeliche italiane un ruolo non marginale nella storia sociale, politica e culturale nazionale. Un’operazione utile non solo agli specialisti, ma a chiunque voglia comprendere meglio la storia del nostro Paese.
Marco Grifo ha conseguito il dottorato di ricerca all’Università di Firenze ed è borsista della Fondazione Michele Pellegrino di Torino e dell’International Research Projects: William Burt’s Italian Papers. Fra le sue pubblicazioni: Le reti di Danilo Dolci. Sviluppo di comunità e nonviolenza in Sicilia occidentale, FrancoAngeli, 2021.
Immagine: Vista su Riesi dal complesso architettonico Monte degli Ulivi. Emanuele Piccardo (photographer), Leonardo Ricci (architect). Licenza CC BY-SA 4.0. Fonte: Wikimedia Commons.

